Italiani sparsi in un mondo instabile

Il presente articolo é stato scritto al fine di esporre un punto di vista relativo alla sicurezza personale dei cittadini italiani rimpatriati (o che attendono il rimpatrio) durante la pandemia COVID nelle ultime settimane. Tale aspetto é stato poco trattato dalle principali testate giornalistiche o da riviste di approfondimento; nel corso della lettura sarà possibile comprendere alcune delle ragioni di questo atteggiamento.

Le informazioni citate all’interno del testo provengono da interviste e dialoghi con nostri connazionali che si sono trovati nella condizione di essere rimpatriati. Lo stesso autore dell’articolo è stato coinvolto in prima persona in un viaggio di ritorno urgente da un paese straniero ad alto rischio.

La crisi:

In poche settimane il mondo é cambiato. Assieme ai preoccupanti numeri riguardanti lo spargimento del Covid19 e delle sue vittime ci sono stati anche altri dati diversi dalla normalità. Dati che riguardano i movimenti dei nostri connazionali attorno al globo. Un globo decisamente più instabile rispetto al solito.

A causa del repentino mutamento delle diverse situazioni emergenziali a livello internazionale, i numerosi italiani all’estero si sono ritrovati, nelle ultime settimane, a dover compiere una scelta: restare o partire. Una scelta non facile, specialmente in un contesto come quello in cui ci troviamo adesso, le cui parole d’ordine sono instabilità, emergenza e lockdown.

Sono turisti, viaggiatori, lavoratori dipendenti, imprenditori, cooperanti e studenti gli italiani sparsi per tutto il mondo in questo difficile momento. Le loro storie e il loro operato in territori più o meno distanti si sono, come le storie di tutti noi, interrotte in modo brusco, in alcuni casi più brusco di altri. Solitamente la fase di allarme che provoca il desiderio di rimpatrio inizia con una telefonata tra l’espatriato e una persona rimasta in Italia, spesso durante la notte. Sensazioni di ansia e di panico si mescolano all’urgenza della situazione e a una grave scarsità di informazioni, combinata alla generale disabitudine alla gestione del pericolo individuale.

La scelta di tornare a casa è vissuta in queste ore in maniere molto differenziate dai diversi italiani che si trovano all’estero per le più svariate ragioni. C’è, tra gli intervistati, chi ha voluto tornare il più in fretta possibile, senza pensare e senza voltarsi indietro. Sono stati molti quelli che invece non desideravano lasciare il contesto in cui si trovavano.  Alcuni di questi ultimi si sono poi lasciati convincere che tornare in patria sarebbe stato più sicuro mentre altri hanno deciso di non tornare affatto.

La scelta, restare o partire, è da sempre una delle più complicate di tutto il security management. In situazioni di crisi diventa complicato pensare se sia necessario o meno richiamare il personale di un’azienda o di un’organizzazione in patria. Solitamente questo dilemma si presenta quando un gruppo di persone si trova in un paese straniero in cui la condizione di sicurezza precipita repentinamente e una soluzione urgente si prospetta indispensabile. Normalmente queste situazioni però, riguardano piccoli gruppi.

Questa stessa dinamica si è presentata in molti contesti contemporaneamente durante le ultime settimane. I fattori che hanno influito sulla scelta dei singoli individui espatriati sono stati diversi e estremamente variegati. Di seguito nel testo sarà possibile leggere una analisi di quanto emerso dall’esperienza dell’autore e dalle testimonianze degli intervistati. Assieme ai significativi dati emersi durante le interviste, verrà anche proposta una ricostruzione delle fasi di un rimpatrio durante questo complesso e atipico periodo storico.

La voce dei rimpatriati:

Sono donne e uomini italiani sparsi per tutto il mondo. Sappiamo già che gli italiani sono un popolo di viaggiatori. Qualità che solitamente va a nostro vantaggio ma che ovviamente in una situazione di emergenza internazionale ci sta costando molto, sia in termini sanitari che economici.

Gli intervistati citati in questo articolo sono stati ricercati tramite diversi canali e provengono da contesti differenti tra loro, così da fornire una variegata gamma di casi, possibilità e visioni. C’è però un argomento che accomuna quasi tutti… la voglia di tornare a casa. Quest’impresa è riuscita per molti di loro mentre per altri ancora no. Le situazioni sono molto eterogenee e suggeriscono diversi spunti di riflessione utili a comprendere come istituzioni e organizzazioni possono aver gestito il rimpatrio dei nostri connazionali all’estero.

Partiamo da una premessa importante. Su 20 intervistati differenti soltanto 2 ritengono di essere stati aiutati adeguatamente dalla Farnesina e dalla nostra Unità di crisi. Questo dato è di fondamentale importanza almeno per due motivi. Al di là dell’effettiva veridicità di questo aspetto (che non è il focus dell’articolo), queste dichiarazioni suggeriscono quantomeno delle aspettative mal riposte o forse inadeguate alla situazione. Facciamo dunque chiarezza, il Maeci (Ministero Affari esteri e Cooperazione Internazionale) è il principale interlocutore con cui gli italiani si sono confrontati e stanno continuando a confrontarsi in questo duro e intenso periodo di rimpatri emergenziali. I contatti avvengono tramite le ambasciate e i consolati, uffici estremamente impegnati in questi giorni, che con grande difficoltà tentano di rispondere alle numerose richieste di informazioni riguardo possibili voli di rientro urgenti. Molti degli informatori, specialmente impegnati in aree a medio o alto rischio, si sono trovati in una condizione decisamente incerta e spiacevole. Infatti, dopo aver contattato l’ambasciata di riferimento nel paese in cui si trovavano, non hanno avuto un aiuto concreto e spesso hanno dovuto ricorrere ai propri mezzi e all’improvvisazione per riuscire a raggiungere il loro obiettivo: tornare a casa, presto.

C’è un aspetto fondamentale da valutare durante tutti i tipi di emergenza: il grado di priorità. Spesso dimentichiamo l’importanza della priorità nella gestione del pericolo, nonostante questo essa resta la chiave di tutto il processo.

Dal punto di vista di chi deve essere rimpatriato questo problema spesso non esiste ma il MAECI e l’Unità di Crisi devono valutare le singole richieste, considerando i casi più gravi da gestire con maggiore urgenza, esattamente come avviene nel triage di un pronto soccorso.

La strategia di valutare per casi più o meno urgenti è vincente oltre che essere l’unica possibile per prevenire danni o perdite. In ogni caso le costatazioni fatte dagli intervistati evidenziano una realtà decisamente più drammatica che tende a porci una domanda importante: la Farnesina era realmente preparata a far fronte a rimpatri di massa? Si è fatto tutto il possibile? La reale risposta a tale interrogativo non può essere riassunta in poche righe. Ci baseremo dunque sulle opinioni e sull’esperienza dei rimpatriati per fornire una risposta parziale ma utile.

La maggior parte degli informatori si trovavano in paesi africani o asiatici al momento della crisi. Altri in paesi europei. Ci concentreremo prima su chi faceva parte di un contesto a rischio, sempre secondo l’ottica del triage.

Camerun, Egitto, Senegal, Nigeria, Sudafrica, Brasile, India e Giordania…ambienti molto diversi tra loro, che in queste settimane hanno avuto qualcosa in comune per gli italiani che vi si erano recati per lavoro o turismo. Al momento dell’apice della crisi COVID, ossia quando l’Italia è stata dichiarata “zona rossa” (era il 10 Marzo) è iniziato anche il boom dei rimpatri. Centinaia di telefonate al Ministero e all’unità di crisi, applicazione “viaggiare sicuri” ormai in tilt sulla maggior parte dei dispositivi, espatriati in panico in diversi territori a rischio, una situazione quasi apocalittica.

“Tra le mie preoccupazioni c’era il virus sicuramente ma ancora prima la situazione politica del paese. Temevamo disordini e forse addirittura la guerra civile. Per fortuna siamo tornati prima dell’inizio delle violenze.”

Questa testimonianza dal Camerun ci porta alla tematica centrale della questione rimpatri. Alla già complicata emergenza sanitaria infatti si sono intersecate situazioni di forte tensione in diversi paesi esteri, soprattutto africani, con conseguente rischio di violenze e disordini. Contesti in cui la dichiarazione di stato di emergenza ha fatto repentinamente e bruscamente mutare lo stato di sicurezza di zone in cui normalmente il personale internazionale di importanti organizzazioni opera senza eccessivi rischi. Questo mutamento improvviso ha allarmato gli italiani (e non solo) che si trovavano in tali territori. L’allarme diffuso, spesso sfociante nel panico, ha di fatto sovraccaricato di richieste l’apparato diplomatico italiano, con il conseguente collasso dell’unità di Crisi. Vediamo come, più che operativo, il problema ha riguardato la comunicazione:

“Ho chiamato l’Ambasciata per tre giorni di fila. Mi hanno risposto soltanto il martedì. Non sapevano dirmi nulla…dopo altri due giorni che attendevo notizie ho deciso di prendere un volo, l’ultimo prima della chiusura degli aeroporti, e sono tornato a Milano. Alcuni miei colleghi però non hanno trovato voli e sono ancora bloccati là. Solo una volta in Italia ho capito come avremmo dovuto fare per tornare al comune di residenza.”

Durante le emergenze e gli spostamenti incerti è normale che le persone si stressino e che possano portare con loro memorie negative delle istituzioni che avrebbero dovuto aiutarle. In situazioni con numeri così alti però è semplicemente impossibile aiutare tutti.  Tuttavia un grande problema resta, l’albero comunicativo ha fallito. Gli espatriati che hanno chiesto aiuto ma i cui casi non sono stati ritenuti urgenti, avrebbero dovuto ricevere comunicazioni puntuali in cui venisse spiegato loro di provare a tornare in patria con mezzi propri senza attendere una azione da parte dei diplomatici. Questo, nella maggior parte dei casi, non è accaduto.

Di seguito un’ultima testimonianza ci porta alla fase dell’arrivo in Italia:

“Siamo scesi a fiumicino dopo 10 ore di viaggio, molti di noi non avevano chiara la situazione in Italia, mancavamo da mesi ormai. In aereo ci avevano dato delle mascherine ma una volta arrivati ci siamo trovati ammassati con i passeggeri di altri quattro voli in una stanza troppo piccola per mantenere le distanze di sicurezza. Molti di noi si sono lamentati con i poliziotti che però apparivano più stressati e ansiosi di noi. Mi sono chiesto se ero tornato dall’Africa con l’idea di proteggermi per poi contagiarmi in aeroporto…”

Forse quest’ultimo stralcio di intervista fornisce le informazioni più significative. Empatizzando infatti con chi ha già attraversato le diverse fasi precedenti, capiamo come possa essere frustrante trovare i nostri stessi aeroporti e istituzioni in crisi, pensando di essere fuggiti da una zona turbolenta per tornare a una nazione sicura, che al momento non lo è più come prima. La sicurezza del passato ha abbandonato tutti i territori e lo spostamento verso una nuova zona sicura al momento è utopia.

 

 

LA NOTA DELL’ANTROPOLOGO:

Da sempre l’essere umano è andato alla ricerca della sicurezza e ha combattuto per mantenerla. Territori, regni e società chiuse sono sempre state la base del mantenimento della sicurezza di un gruppo umano. Questo concetto si è ridefinito con l’avvento della globalizzazione. In un’epoca in cui commercio, informazione e tecnologia si diffondono su tutto il globo a velocità sconcertanti affrontiamo una crisi dove la nostra stessa vicinanza e permeabilità stanno contribuendo a  diffondere una pandemia globale in grado di minare lo stesso ordine sociale alla base del nostro esistere.

In un momento di tale crisi cerchiamo di rifugiarci nelle nostre uniche certezze precedenti al mondo globalizzato: gli stati. Cerchiamo nello stato una protezione che non è più in grado di darci. I benefici di un mondo unito e interconnesso hanno reso fragili i sistemi di protezione che il progresso post bellico ci ha fatto dimenticare. Ci troviamo nuovamente a combattere una guerra contro un nemico invisibile che mette in crisi ogni nostra certezza e ogni istituzione. Nessun posto è più sicuro in questa fase e un nuovo modello va ripensato.