MASCHERATI PER RESISTERE

Un futuro infermiere in prima linea contro il COVID19 sull’uso dei DPI

La protezione e la sicurezza sono sempre stati una preoccupazione degli operatori sanitari negli ospedali e nelle emergenze. L’autoprotezione in particolare, è un tema caro al mondo dell’aiuto e al settore sanitario e mai come in questo periodo il tema diventa prioritario, facendosi anche fonte di riflessioni e polemiche.

Per fare chiarezza sulla questione abbiamo deciso di intervistare un nostro informatore legato al mondo sanitario. Studente di Scienze Infermieristiche, soccorritore della ANPAS-Croce Verde e con un background formativo in ambito tattico, sia medico che operativo, Stefano Zamichiei è stato di recente impegnato in prima linea nella cura dei pazienti malati di COVID19.

Le domande a cui ha risposto sono maggiormente di natura tecnica ma aprono a ragionamenti più complessi ed articolati che trascendono il solo corretto utilizzo di un dispositivo di protezione individuale. Ci si può infatti domandare come l’origine del dibattito sull’uso delle mascherine e su quale categoria di mascherina utilizzare non sia soltanto un dibattito di natura tecnico-scientifica ma piuttosto una lotta ideologica sul pericolo e sul modo di correrlo. In particolare, per molti, si sta facendo sempre più forte un desiderio di ribellione verso un sistema che cerca di proteggere la cittadinanza ma che ovviamente ne limita le libertà individuali.

Veniamo ora alle domande sull’uso dei DPI (dispositivi di protezione individuali):

1) La mascherina serve a qualcosa? Se si, quale deve mettere una persona comune e perché? 

Si, indubbiamente la mascherina serve ed è molto importante. Occorre però capire i vari tipi di mascherina a cosa servono e chi deve indossarle: le mascherine possono proteggere chi le indossa o proteggere gli altri. A proteggere l’utilizzatore sono le mascherine FFP2/FFP3, quelle che tutti stanno disperatamente cercando e che quando si trovano hanno prezzi molto alti. Tali mascherine hanno un forte potere filtrante in entrata (se ben applicate) ed evitano che chi le indossa si contagi se a contatto con persone infette. Non proteggono però gli altri, quindi se l’utilizzatore è infetto e contagioso non evitano che possa diffondere il virus. Le FFP2/3 vanno utilizzate SOLO se si è a stretto contatto con persone malate, quindi dal personale sanitario o da chi sa di avere dei positivi in casa e vuole proteggersi. Le mascherine chirurgiche invece non proteggono tanto chi le indossa (il loro potere filtrante è abbastanza basso) ma evitano che i droplets, ovvero le goccioline di saliva contenenti il virus, possano diffondersi liberamente nell’ambiente; anche noi sanitari le indossiamo sopra ai filtranti proprio per evitare di diffondere il virus nel caso in cui fossimo infetti. Queste sono quelle che i non sanitari e chi non è a contatto con persone malate deve indossare. Se tutti le indossassero il virus non si potrebbe diffondere; nonostante ciò spesso si vedono ancora persone uscire senza indossarle, nonostante l’attuale obbligo per legge, o indossandole in modo scorretto.

In un momento di pausa durante il lavoro. Si può notare lo schermo facciale, la mascherina chirurgica (con sotto la filtrante FFP2), la tuta CBR (Chimical – Biological – Radiological) di Livello III e il camice TNT. Il tutto era corredato da un paio di guanti chirurgici (che venivano tenuti per l’intera durata del turno) e uno o due paia di guanti monouso sopra. 

2) Come consigli di rapportarsi alla scarsità delle mascherine corrette? Esistono alternative valide? 

 Ovviamente il modo migliore per rapportarsi alla scarsità di mascherine è non averne bisogno, quindi stare a casa. Ho dubbi molto forti riguardo le mascherine in tessuto di cui tanto si parla ora, non ci sono evidenze a sostegno della loro capacità di evitare la diffusione dei droplets in quanto sembra che le particelle più piccole riescano comunque a passare; ovviamente dipende molto dalla qualità dei materiali con cui sono realizzate e andrebbero esaminate caso per caso. Non mi sento di raccomandarne del tutto l’utilizzo esattamente come non mi sento di raccomandare la disinfezione delle mascherine; soprattutto per quanto riguarda le FFP2 è vero che con determinate procedure è possibile uccidere il virus che potrebbe essersi depositato sulla superficie, ma il potere filtrante, dopo 8 ore di utilizzo, risulterebbe comunque compromesso.

 3) La formazione in campo tattico secondo te porta ad un uso dei DPI più attento rispetto alla normale educazione sanitaria “civile”?

 Onestamente non penso. In ambito militare è difficile che ci si trovi ad utilizzare questo tipo di dispositivi, salvo che per chi ha seguito corsi di specializzazione NBCR (nucleare, biologico, chimico, radioattivo), mentre molti sanitari le utilizzano costantemente (basti pensare a chi lavora in sala operatoria o nei reparti di malattie infettive). Anche nei normali reparti di degenza può capitare il paziente da tenere in isolamento e di conseguenza diventa necessario utilizzare tutti i DPI del caso. Probabilmente, però, la formazione militare aiuta ad avere una maggior sopportazione di questi DPI: sono dispositivi che tengono caldo e limitano i sensi (la vista e il tatto in primis), cose a cui un operatore è maggiormente abituato (basti pensare alle ore passate in un giubbotto antiproiettile e agli occhiali balistici che si appannano molto frequentemente). Anche importante riguardo l’uso dei DPI è il loro utilizzo tecnicamente corretto. Si vedono molti operatori sanitari utilizzare le mascherine o i guanti in maniera sbagliata, questo capita più difficilmente a chi ha avuto una educazione nel campo tattico in quanto vi è una abitudine maggiore al maneggio e all’utilizzo di attrezzature complesse e scomode, anche solo a scopo addestrativo.

4) L’utilizzo dei guanti monouso riduce la diffusione del virus?

Assolutamente no anzi spesso provoca l’effetto contrario. Nonostante in molti casi l’uso dei guanti monouso sia stato reso obbligatorio, ad esempio per accedere ad alcuni mercati e supermercati, i recenti studi dimostrano come sui guanti il virus abbai vita molto più lunga rispetto alla pelle delle mani (si parla rispettivamente di 10-12h contro 2h circa).                         Inoltre quando si lavora a mani nude si ha la tendenza ad igenizzare le mani molto più spesso (con gel o saponi) rispetto a quando si lavora con i guanti: il rischio è di tenere gli stessi guanti per molto tempo toccando molte cose diffondendo il virus più di quanto avremmo fatto a mani nude igenizzandole costantemente.

Ci sono però delle situazione in cui l’utilizzo dei guanti può essere positivo: io ad esempio, come molti altri, ho una forte sensibilità ai gel igenizzanti ed a molti saponi che tendono ad irritarmi la pelle causando secchezza e disidratazione; in questo caso l’uso dei guanti mi permette di poter utilizzare soventemente il gel igenizzante senza compromettere la mia integrità cutanea e soprattutto senza rischiare di rendere i guanti un ottimo veicolo per il virus.

In questa situazione, come abbiamo già detto più volte, è indispensabile proteggere noi stessi e proteggere gli altri! Ognuno di noi è una possibile fonte di contagio quindi dobbiamo fare tutto il possibile per rendere il rischio di infettare altri il più basso possibile. Ovviamente, se si è operatori sanitari o si è a stretto contatto con i malati, vale lo stesso discorso delle mascherine FFP2/3: l’uso dei guanti in questo caso è assolutamente necessario per la nostra autoprotezione, a patto che essi vengano igenizzati o cambiati frequentemente.

5) Quale pensi sia il modo migliore per convincere le persone a rimanere a casa?

È una domanda molto complicata; non sono un sociologo o uno psicologo quindi non ho idea di quali possano essere i metodi migliori per la gestione delle masse in situazioni di emergenza come questa ma da quello che vedo girando sui social temo che, purtroppo, l’unico modo per convincere determinate persone è che tocchino con mano cosa vuol dire affrontare il COVID19. Paradossalmente, ho visto persone ringraziare me e i miei colleghi per il nostro impegno e subito dopo condividere post contro il vaccino, la quarantena ecc, un controsenso… Se non basta vedere le corsie degli ospedali stracolme di persone (ed essere quasi arrivati a dover scegliere chi curare e chi no), se non basta vedere i camion dell’Esercito portar via le bare, se non basta vedere il numero di contagiati e di morti che aumenta giorno dopo giorno, temo che solo vivendo in prima persona, o tramite qualcuno di vicino, l’esperienza queste persone possano capire la reale importanza del restare a casa.
Vedo molti dire “non c’era nessuno intorno, era solo, non era un pericolo per nessuno” quando qualcuno viene beccato in giro senza motivo e gli viene fatta la multa. Prendiamo ad esempio un posto immaginario dove di solito ci sono 100 persone. Se durante la quarantena uno ci va comunque e c’è solo lui ovviamente non è un pericolo per nessuno ma di questo non bisogna ringraziare lui che c’è andato da solo, bensì gli altri 99 che hanno rispettato le regole (nonostante probabilmente avessero la sua stessa voglia di andarci) e sono rimasti a casa. Stando a casa proteggiamo noi stessi, gli altri ed evitiamo che chi viola le regole possa diventare un potenziale pericolo.
Purtroppo, finché non ci sarà un vaccino, questo è l’unico modo per combattere il virus.  

LA NOTA DELL’ANTROPOLOGO:

Il campo medico e il rapporto tra il paziente e la cura è storicamente una tematica cara agli antropologi. In questo caso però, non possiamo analizzare il rapporto fra la popolazione e una malattia, il discorso è estremamente grande e complesso. Interessante è invece studiare lo stretto rapporto che si sta instaurando tra noi e un oggetto, tra l’uomo e il mezzo tecnico, l’uomo e la maschera.

Sono stati diversi gli antropologi che si sono interessati alle maschere, di solito ci si riferiva però a rituali funebri o celebrazioni stagionali di popolazioni lontane. Mai prima di ora tanti esseri umani sono stati mascherati. Anche se la motivazione di questa modificazione nei nostri aspetti sia di origine tecnica e preventiva si notano comunque comportamenti quasi “rituali” e “magici”. Dalla vestizione della mascherina che proteggere da ogni tipo di minaccia alle discussioni sulla necessità o meno di indossare qualcosa che comporta un così piccolo sacrificio fisico possiamo dire che siamo tutti uniti da un nuovo modo di comportarci e di vederci, che forse non immaginavamo e che non prevedevamo possibile. Siamo tutti uniti in un grande sforzo e, mascherati per resistere.